Era il 1847 e il caldo umido del Delta del Mississippi gravava su Blackwood Plaza come una coltre di sabbia bagnata. Era un impero fondato sul cotone e su ambizioni espansionistiche, strappato alla terra dal colonnello Silas Blackwood.
Agli occhi del mondo, Silas era un titano dell’industria: un uomo dalla volontà di ferro e dalle immense ricchezze. Eppure, tra le mura della sua imponente dimora dalle colonne bianche, era un tiranno dal cuore ormai indurito.
Silas aveva due figli, anche se, dopo qualche bicchiere di bourbon, ne riconosceva uno solo.
C’era Julian, il figlio ed erede: un giovane di venticinque anni, vanitoso come un pavone, che trascorreva più tempo a giocare d’azzardo a New Orleans che a imparare a gestire la tenuta. E poi c’era Charlotte.
Charlotte aveva ventitré anni, capelli color polvere d’oro e occhi che riflettevano la tristezza di mille giorni di pioggia. Quando ne aveva dodici, un animale selvatico l’aveva travolta durante un temporale.