Ciò che pensavo di donare… mi è tornato indietro in un modo che non avrei mai immaginato.

Inizialmente non ci feci molto caso. Agivo in modo del tutto automatico, spinta da un bisogno silenzioso di andare avanti. Era il tardo autunno dell’anno scorso, un periodo in cui il mondo intorno a me era turbolento quanto i miei pensieri. Fuori, foglie dalle sfumature dorate, arancioni intensi e marrone scuro svolazzavano davanti alla grande finestra della camera da letto, trasportate da un vento freddo e spietato. Dentro, sedevo sul freddo pavimento di legno della stanza di mia figlia. Ero circondato da maglioncini rosa tenui, inviati minuscoli con faccine di animali e vestitini estivi a fiori che non le stavano più bene, nonostante il suo corpo in rapida crescita e in continuo movimento.

Mia madre era appena morta; il dolore mi opprimeva il petto come un peso invisibile e insopportabile, come se delle pietre mi schiacciassero la cassa toracica. Ogni respiro era una prova fisica immane. Riordinare, pulire compulsivamente ogni angolo della casa, suddividere le cose in mucchio e regalare il superfluo, mi sembrava in quel momento l’unico modo concreto per riprendere il controllo della vita che mi stava sfuggendo di mano. Avevo bisogno di fare spazio nella mia testa e in casa, solo per riuscire a respirare senza piangere.

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