Quel silenzio parlò più forte di qualsiasi confessione.
La mattina seguente, quando suonò il campanello, Teresa non sembrava più la fiera matriarca di un tempo. Sembrava una regina di carta sotto la pioggia.
Entrarono due investigatori con tesserini di riconoscimento, fascicoli e una calma terrificante.
«Signora Lucía», disse la donna, «dobbiamo confrontare la sua firma autografa con quella presente negli archivi.»
Firmai tre fogli bianchi.
L’agente li esaminò con una lente d’ingrandimento e poi guardò tutti.
“La firma sul prestito presenta nette differenze di pressione, tratto e finitura. Non corrisponde alla firma del titolare della carta.”
Renata iniziò a respirare affannosamente.
Teresa strinse le labbra.
L’agente aprì un’altra cartella.
“Dobbiamo anche verificare chi ha consegnato fisicamente i documenti alla filiale.”
Adrián alzò lo sguardo.
“Ci sono telecamere di sorveglianza?”
“Sì.”
E mentre l’uomo girava il portatile verso di noi, una donna con un berretto, occhiali da sole e una