Ciò che pensavo di donare… mi è tornato indietro in un modo che non avrei mai immaginato.

Dall’altro capo del telefono calò un silenzio profondo e significativo. Il mondo sembrò fermarsi per un istante. Poi udii un respiro sommesso, lento, quasi liberatorio.

Sì. Hai ricevuto il pacco.

In un fiume di parole, le dissi che il pacco era arrivato sano e salvo. Le raccontai tutto del piccolo anatroccolo giallo, della sua storia e del suo inestimabile valore affettivo, e dell’indescrivibile dolore per la perdita di mia madre che mi aveva consumato per oltre un anno. Le raccontai della strana, quasi soprannaturale coincidenza temporale di tutto ciò, e del dolore inaspettato, bruciante ma al tempo stesso curativo che provai al petto mentre scioglievo il morbido nastro blu.

E poi, quando ebbi finito di parlare, lei cominciò a raccontare…

Con voce tremante ma coraggiosa, ha condiviso la sua versione di quella difficile storia. Ha raccontato nei dettagli quella fatidica, decisiva e terrificante notte d’autunno in cui era finalmente fuggita da una casa violenta e opprimente nel cuore della notte. Ha parlato dell’appartamento spoglio e gelido in cui si era temporaneamente trasferita dopo aver lasciato il rifugio, senza riscaldamento, semplicemente perché era l’unica cosa che poteva permettersi con i suoi scarsi risparmi. Di come la sua figlioletta, spaventata e confusa dai repentini cambiamenti, piangesse fino ad addormentarsi la notte. Giaceva sul sottile materasso, avvolta strettamente nel maglione rosa più spesso di mia figlia, e teneva stretto al petto il piccolo anatroccolo giallo all’uncinetto – che era appena comparso – come se fosse l’unico angelo custode in un mondo troppo grande e ostile. L’anatroccolo aveva confortato la bambina durante le notti più fredde della loro vita.

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