medicine, si è misurata la pressione, si è seduta in poltrona e ha acceso la TV.
“Lucynka, mi porteresti con te? Per una settimana?”, chiese, senza guardarmi.
Mi si strinse la gola.
“Mamma, certo. Quando vuoi.”
“A settembre. Quando si sarà un po’ calmato.”
Non sapevo se si riferisse al tempo o a Wojtek.
Ho chiamato Wojtek lunedì. Ha risposto al quinto squillo. Ha detto: “Ciao”. Ho risposto: “Ciao”. Siamo rimasti in silenzio per un attimo, come mamma e Wojtek erano stati in silenzio nelle ultime tre settimane. Poi Wojtek si è schiarito la gola e ha chiesto:
“La mamma è arrivata sana e salva?”
“Sì.”
“Bene.”
Di nuovo silenzio. Ma questa volta più breve. Come se qualcosa dentro di lei si fosse spezzato.
“Lucyna, non sapevo che stesse così… Pensavo che fosse felice qui. Volevo il meglio.”
Avrei voluto dire: “Avresti dovuto chiederglielo”. Ma non l’ho fatto. Perché neanche